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Vedere meglio con il metodo Bates

 

Maurizio Cagnoli

 Sociologo, direttore della scuola di formazione per educatori visivi di Roma, Barcellona e Madrid, esperto di percezione visiva e tecniche per migliorare la vista, Maurizio Cagnoli è stato a lungo presidente dell’Associazione Italiana Educatori Visivi (AIEV) e da anni tiene corsi, conferenze e seminari su Metodo Bates e visione naturale in Italia e all’estero.

Lo incontriamo in un limpido pomeriggio di fine dicembre, nella sua accogliente casa in Sabina. Una luce calda filtra dalle ampie finestre del soggiorno che incorniciano i dolci rilievi della campagna laziale come in un quadro dei macchiaioli.

Lo sguardo ne segue lentamente i contorni, riposandosi tra le piccole valli, percorrendo i confini dei campi coltivati e le forme di qualche casa contadina incastonata nel verde.

 “Bates era un oftalmologo americano nato nella seconda metà dell’Ottocento, che divenne molto famoso soprattutto intorno agli anni Venti del secolo scorso”, racconta Cagnoli. “Come medico, era prima di tutto un grande ricercatore interessato a diverse cose: fu lui, per esempio, a scoprire l’adrenalina. Fu anche tra i primi a usare uno strumento capace di misurare la rifrazione che permetteva di rilevare i gradi di miopia momento per momento. Questo gli consentì di verificare che i problemi visivi si accentuano e diminuiscono in relazione a specifiche situazioni di stress, sforzo, fatica o disagio e che quindi, quando le persone cominciano a rilassarsi, quegli stessi disturbi possono migliorare notevolmente, se non addirittura scomparire.

Questo andava contro la credenza di base, tuttora estremamente diffusa, secondo la quale i problemi della vista non possono regredire: si tratta di un luogo comune fortemente limitante perché chi ne è convinto non solo non cercherà di fare nulla per migliorarli, ma se anche dovesse sperimentare esperienze di evidente progresso, magari dopo una vacanza o dopo aver passato qualche giorno senza occhiali, tenderà a non riconoscerlo. La visione, in realtà, oscilla moltissimo: se ho digerito male, se ho litigato con qualcuno, se sono stanco o stressato dopo una dura giornata di lavoro, vedrò peggio del solito”.

Un oftalmologo visionario

Laureato in medicina e chirurgia alla Cornell University,  William Horatio Bates nel 1919 pubblicò la prima edizione de Vista perfetta senza occhiali, con l’intenzione di riformare l’oftalmologia canonica provando a convincere i suoi colleghi ad abbandonare le ricerche, già molto sviluppate all’epoca, su lenti, interventi chirurgici e ottica, per rimettere al centro del processo la persona in una visione olistica ante litteram.

“Secondo il suo approccio, più un paziente era consapevole del proprio atteggiamento, dello sforzo e delle effettive capacità e possibilità di rilassarsi, tanto più ampio sarebbe stato il suo recupero”, spiega Cagnoli. “In pochi anni riscosse molto successo ma i suoi insegnamenti furono anche estremamente controversi. Dopo la morte di Bates il lavoro fu proseguito dalla sua assistente, Margaret Corbett, che tra gli altri aiutò il noto scrittore Aldous Huxley, affetto da importanti disturbi visivi, a riacquistare una vista normale senza occhiali. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Corbett fu processata con l’accusa di promulgare un metodo antiscientifico e di dubbia efficacia, e tacciata di esercitare la professione medica senza averne i titoli: Huxley attraversò l’Oceano per andare a testimoniare in suo favore al Tribunale di New York contribuendo, insieme a un’imponente mobilitazione dell’opinione pubblica, alla sua assoluzione”.

In Italia le prime notizie riguardanti il metodo Bates giunsero negli anni Cinquanta ma bisognerà aspettare l’inizio degli anni Duemila per avere associazioni di insegnanti capaci di diffonderne i principi con corsi strutturati, conferenze e seminari. Maurizio Cagnoli era tra questi. Dopo aver sperimentato per la prima volta queste pratiche in un training di Osho Rebalancing in India, ne rimase talmente colpito da decidere di partecipare all’intera formazione. Per molti anni questo lavoro rimase per lui in secondo piano, fino al 1997, quando decise di creare la prima pagina web italiana dedicata all’argomento e poi, grazie a internet, cominciò a stringere collaborazioni con altri colleghi in tutto il mondo.

“Ci definiamo educatori visivi e insegniamo a usare gli occhi in modo analogo a come si potrebbe insegnare a parlare inglese o a ballare il tango, integrando il livello mentale, corporeo e visivo”, specifica. “Il nostro scopo è innanzitutto aiutare le persone a diventare consapevoli delle proprie cattive abitudini visive e a cambiarle, cosa assolutamente non semplice, e questo spiega perché il metodo, di per sé estremamente efficace, non sia altrettanto diffuso”.

I fondamenti

L’approccio di Bates colpisce per l’immediatezza e la naturalezza delle intuizioni su cui si fonda, che emergono nei suoi tre principi fondamentali.

“Uno di questi è il rilassamento”, spiega Cagnoli, “e tra tutti forse è anche il più frainteso perché per rilassamento non intendiamo semplicemente stare sul divano a guardare la partita ma un processo di allentamento delle tensioni che implica esser presenti a sé stessi e disponibili ad ascoltarsi per espandere la percezione del proprio corpo. Il secondo principio è il movimento, e un’enorme importanza è data al coordinamento. Bates notò che tutte le persone affette da disturbi visivi hanno la tendenza a non muovere gli occhi e a fissare lo sguardo, frenando ogni movimento spontaneo e questo atteggiamento si estende anche ad altri campi, come quello fisico, emotivo e cognitivo. Chi ha problemi visivi, in effetti, sembra alla costante ricerca di un ambiente ‘sicuro’, dove le cose cambino il meno possibile e le attività non siano particolarmente intense. L’ambiente più stabile finisce molto spesso per essere il proprio pensiero, forgiato su incrollabili certezze e inamovibili ‘punti fermi’.

Queste persone hanno, in effetti, occhi poco mobili, scarsamente luminosi e piuttosto tesi.

Inoltre, ai disturbi della vista si accompagnano in genere problemi motori, posturali e una difficoltà di coordinazione generale. Ma è vero anche il contrario: avere cattive abitudini di sedentarietà o di postura influenza negativamente la qualità della nostra vista”.

Nel suo percorso formativo, Cagnoli ha lavorato anche con Charles Kelley che, oltre a essere un brillante terapista neo-Reichiano, era anche insegnante del metodo Bates.

“L’idea di pulsazione vitale introdotta da Reich, e poi sviluppata da Kelley, mi colpì molto e anche nel lavoro con gli occhi è estremamente presente questa costante ricerca di espansione e contrazione. Questo movimento di apertura e chiusura è assolutamente naturale e per questo tendo a non considerare i disturbi visivi come ‘difetti’ ma piuttosto come un particolare modo di rispondere e organizzare il rapporto con il mondo che finisce per limitare la propria libertà se è troppo rigido.

Dove è possibile facciamo in modo che tutti i movimenti abbiano un andamento pendolare, come per esempio quelli saccadici dell’occhio che partono, accelerano e decelerano, proprio come farebbe un pendolo, nella frazione di pochi centesimi di secondo.

Si è sempre saputo dell’esistenza delle saccadi ma si è cominciato a conoscerle meglio dal 1956: i loro movimenti sono il salto che l’occhio fa da un punto di fissazione o di interesse a un altro. Tradizionalmente si pensava che nel mezzo ci fosse un vero e proprio spazio vuoto, in realtà i movimenti compiuti dall’occhio sono tantissimi, fino a 60/80 al secondo, circa 3mila al minuto. Adesso questi movimenti sono la base dell’esplorazione e nel nostro lavoro li incoraggiamo moltissimo: si tratta di qualcosa di completamente inconsapevole quindi non si può indurli intenzionalmente ma la tensione li riduce notevolmente, quindi allentando i blocchi si possono incrementare.

Alla fine di una sessione gli occhi dei miei clienti sono più luminosi e vivi, il che significa che si stanno muovendo molto di più, anche grazie a quei movimenti saccadici che consentono allo sguardo di riaprirsi verso la realtà”.

Un altro elemento di base del metodo è la centralizzazione, che merita un discorso a parte. “Nella retina, che è la parte più sensibile dell’occhio, c’è una zona, detta fovea, dove si concentrano tutte le cellule in grado di vedere nitidamente. La qualità di messa a fuoco di un’immagine dipende dalla nostra capacità di muovere rapidamente gli occhi per raccoglierne i diversi particolari in tante micro immagini nitide e focalizzate che poi il cervello metterà insieme componendone una unica e dinamica. Se questi movimenti sono in qualche modo impediti o ridotti, l’immagine che arriverà al cervello sarà per così dire ‘a bassa definizione’. Questo accade perché chi ha disturbi visivi tende a fissare l’immagine con occhi tesi e poco mobili, provando a metterla a fuoco tutta insieme, ma questo è impossibile e nel tentativo di farlo lo sguardo rimane continuamente sfocato. Inoltre, reiterando questa cattiva abitudine, negli anni si perde la capacità di concentrare l’attenzione al centro del proprio campo visivo, alimentando il meccanismo opposto alla centralizzazione, la ‘diffusione’”.

Memoria e immaginazione sono gli altri due elementi fondamentali del processo visivo: “Bates ha insistito molto sul concetto che senza memoria perfetta non può esserci vista perfetta, spiegando come l’immaginazione possa in effetti aggiustare le limitazioni e le aberrazioni della vista. La memoria mette ordine, conferisce significato alle cose che vediamo, per esempio ci consente di leggere le lettere che compongono le parole di un libro ricordandone il senso, altrimenti vedremmo dei semplici segni privi di contenuto. L’immaginazione ci consente di ricucire, riaggiustare le immagini per dar loro un certo ordine”.

Vedere, dunque, è essenzialmente ricordare e costruire significati. Sappiamo bene, però, che non si ricordano solo oggetti, luoghi e contenuti: per la maggior parte del tempo proiettiamo sulla realtà i nostri vissuti emotivi, che hanno una rilevante ripercussione sulla nostra vista.

“La maggior parte delle persone davanti alle tabelle di misurazione normalmente usate per le visite oculistiche tende ad assumere un atteggiamento di tensione che finisce per influenzare l’esito del controllo”, spiega Cagnoli. “Questo accade perché molti di loro ricordano, anche inconsapevolmente, le precedenti esperienze di esami legati a emozioni negative, specie chi ha ricevuto numerose diagnosi di difetti visivi, magari peggiorati nel tempo, e ha per anni tentato di correggerli”.

Le componenti psico-emotive dei disturbi visivi

Ma è possibile individuare un legame tra disturbi visivi, atteggiamenti psico-emotivi e postura corporea? Secondo Cagnoli e i suoi colleghi, sì.

 “La stragrande maggioranza dei miopi è in genere tranquilla e introversa, al contrario degli ipermetropi, di norma molto estroversi e attivi. Alcune persone miopi trasformano questa forma di introversione in una specie di insicurezza, che talvolta è alla base del disturbo che li caratterizza. Potremmo dire che miopi e ipermetropi siano come due facce della stessa medaglia, ossia rispondano in modi diametralmente opposti alla realtà che li circonda.

Da un punto di vista fisico ed energetico con la miopia si porta l’energia verso l’interno: si vede bene solo da molto vicino ed è come se si avesse una bolla attorno, con confini netti. Gli ipermetropi, invece, hanno la tendenza a scappare dalle situazioni, in genere si annoiano molto rapidamente e sono alla continua ricerca di cose lontane, sempre altrove rispetto a dove si trovano nel presente, pronti al movimento e all’espansione, proiettati più all’esterno che all’interno.

Da un punto di vista posturale, sempre parlando in termini generali, i miopi hanno la tendenza a muoversi poco, come se avessero paura di uscire dalla propria sfera di sicurezza, e questo li porta anche a respirare meno e a muovere pochissimo l’energia. La loro postura è generalmente collassata, con il petto incavato in avanti e il collo proteso insieme allo sguardo, come nel tentativo di afferrare le immagini. C’è, al contempo, la tendenza a estraniarsi dal mondo ritirando le proprie energie all’interno e il desiderio di ancorarvisi protendendosi verso le immagini che si vogliono mettere a fuoco.

L’ipermetrope è, invece, una persona che tende a spostare continuamente lo sguardo e il resto del corpo non riuscendo mai a star fermo. Fisicamente potrebbe avere una postura iperestesa, con il mento e il collo ritratti all’indietro e spesso anche le spalle assumono quella posizione. Essendo molto più mobile e attivo del miope, potremmo dire che il corpo di un ipermetrope tende ad avere articolazioni più flessibili ed elastiche, ma i suoi movimenti sono disarticolati e poco armoniosi e questo potrebbe causare a lungo andare tensioni muscolari”.

Nell’applicazione pratica, è estremamente importante che un educatore visivo consideri questi aspetti psico-emotivi per supportare al meglio chi ha di fronte, rispettandone le specifiche tempistiche e difficoltà.

“A livello energetico e fisico, per esempio, con un miope il nostro intervento mirerà, specialmente all’inizio, al recupero del piacere del movimento. Si tratta di persone che non amano assolutamente essere spinte o forzate, quindi il nostro incoraggiamento verterà sul valorizzare il piacere della scoperta, mettendo in luce risorse interne che magari non pensavano neanche di avere, evitando pressioni o insistenze che potrebbero far scattare una reazione di disagio e blocco. Espandendo il movimento, il sangue tornerà a pulsare dal nucleo verso la periferia del corpo, sviluppando calore e dando maggiore ampiezza al respiro: può essere un’esperienza molto gratificante ma è necessario arrivarci gradualmente rispettando i loro tempi.

Nel caso di un ipermetrope, invece, all’inizio la cosa più importante è aiutarlo a introdurre una misura di rilassamento e armonizzazione nei suoi schemi motori, che sono in genere molto convulsi e poco organizzati, perché derivano perlopiù da un’attivazione simpaticotonica. L’errore che si può fare con gli ipermetropi, al contrario dei miopi, è insistere sulla lentezza e sulla quiete: gli esercizi più incentrati sul rilassamento, come il palming o il sunning, fondamentali per il metodo Bates, andranno quindi introdotti solo dopo una prima fase di gioco e di scarico energetico attraverso un movimento più attivo”.

Ma cosa accade, invece, nel caso dell’astigmatismo?

“Questo particolare difetto visivo dipende da una malformazione della cornea che, invece di essere perfettamente rotonda, ha una forma ellittica”, spiega Cagnoli. “Questo, secondo noi, è legato a uno squilibrio muscolare, che il più delle volte crea forti tensioni nelle fasce dorsali. Così, uno degli elementi fondamentali con i quali lavoriamo con le persone astigmatiche è la coordinazione tra il movimento oculare e quello corporeo, coinvolgendo molto l’uso delle mani. Sul piano psicologico, l’astigmatico è legato a una condizione di costante indecisione e ambivalenza e alla difficoltà di scegliere. Per questo, in genere, si tratta di persone piene di dubbi ma anche di opportunità, che raramente diventeranno fanatiche”.

Ai disturbi visivi si accompagna sempre un blocco legato al respiro, conclude Cagnoli. “Nel caso della miopia, per esempio, lo schema di base è bloccare il respiro e mantenerlo molto in superficie, con una difficoltà maggiore nell’inspirazione: non si riempiono mai completamente i polmoni. Nell’ipermetropia, al contrario, la maggior difficoltà è nell’espirazione: si tende a restare con l’aria nel petto senza mai svuotarlo del tutto”.

L’importanza delle meditazioni attive di Osho

Tra le numerose tecniche di riattivazione motoria dei muscoli oculari e perioculari, nei suoi gruppi e training Cagnoli propone spesso alcune meditazioni attive create da Osho che agiscono su questo specifico segmento corporeo.

 “Introduco sempre la meditazione Mandala, che però rischia facilmente di mandare in tilt i miopi, specialmente durante la prima fase di 15’ di corsa sul posto. Nel mio modo di condurla li invito, quindi, a non spingere e a mantenere uno sforzo muscolare costante.

Ci sono anche altre efficaci tecniche legate agli occhi, come per esempio la Nadabrahma che con la vibrazione sonora sollecita lo spazio del sesto chakra, collocato proprio tra le sopracciglia. Un’altra meditazione che uso moltissimo è la Chakra Breathing: estremamente potente e utilissima per smuovere l’energia e riattivare il respiro”.

Tra le numerosissime meditazioni create da Osho, la Darkness lavora con il buio che viene “ricevuto” attraverso lo sguardo tenendo gli occhi aperti in un luogo totalmente oscuro. “Noi abbiamo bisogno di luce e di buio e sempre di più andiamo in una direzione di dominanza della luce con l’esponenziale diffusione dell’illuminazione artificiale. In poco più di un secolo abbiamo perso completamente la possibilità di riposare lo sguardo nella completa oscurità.

I nostri occhi avrebbero bisogno di gradazioni diverse di luce per stimolare la pupilla: molti uffici non hanno finestre e l’illuminazione è sempre accesa. Come esseri umani, animali diurni, per migliaia di anni abbiamo usato la notte solo per dormire. Eppure, i primi mesi di vita li abbiamo trascorsi in una sorta di paradiso oscuro: il ventre di nostra madre. Praticando meditazioni sull’oscurità e nell’oscurità, o camminando al buio in natura, si recupera quella antica sensazione di paradiso perduto. È una dimensione delicata, silenziosa, quieta, che rafforza la nostra capacità di presenza e stimola il sistema parasimpatico”.

L’importanza della prevenzione

Mantenere occhi sani, vitali, rilassati e mobili è un ottimo investimento per il futuro: come ogni organo nel corpo, anche loro sono soggetti al naturale processo di invecchiamento e necessitano per questo di attenzioni particolari, anche semplici. “È importantissimo non affaticarli troppo, usarli il più possibile in modo naturale, fare pause se si lavora molte ore davanti al computer e ricominciare a ‘guardarsi intorno’, nel vero senso della parola, lasciando, cioè, spaziare lo sguardo. Un altro suggerimento semplicissimo per mantenere gli occhi in buona salute è respirare e battere le palpebre. Le palpebre nutrono la cornea, la idratano e la disinfettano grazie al velo lacrimale, permettendo alla luce di filtrare meglio. Ma questo movimento morbido fa anche un prezioso micromassaggio all’occhio e nella fase di chiusura interrompe il passaggio di luce: in questo modo il cervello riceve il messaggio di cambiare la messa a fuoco, come un reset delle immagini che si osservano. Chi ha problemi di vista tende a mantenere una messa a fuoco fissa e rigida che consolida la postura errata e il blocco del respiro. Il battito delle palpebre è un po’ l’inizio dello scioglimento di queste tensioni, ma deve essere leggero e non deve coinvolgere i muscoli extra oculari: non bisogna strizzare nulla. Dovrebbe essere un movimento o lento e languido o rapido e leggero, come quello delle ali di una farfalla”.

Intervista a cura di Leela Federica Araco

Link e contatti utili:

www.naturalvision.it /info@naturalvision.it / Maurizio Cagnoli: 3394817146; http://www.aiev.it

https://www.metodobates.it/it/