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Da bruco a farfalla

“Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla” recita una delle frasi più note tra quelle tradizionalmente attribuite al mistico cinese Lao Tzu. Per me questa è, senza dubbio, l’immagine che descrive più chiaramente il processo che negli ultimi anni ha investito la mia vita, trasformandola in modo radicale.

Ho sempre ammirato profondamente le persone aperte al cambiamento, pur essendo consapevole di quanto difficile e doloroso sia lasciar andare alcune parti di sé e aprirsi all’ignoto, rinunciando a quegli aspetti della propria personalità con i quali ci si è per lungo tempo identificati e permettere che qualcosa di “nuovo” e sconosciuto emerga e fiorisca in quello spazio rimasto vuoto.

Mettere in dubbio, e via via abbandonare, le mie certezze più radicate, frutto di antichi e illusoriamente rassicuranti condizionamenti, per molti anni mi era sembrato, in effetti, così spaventoso da risultare quasi impossibile e, ancor di più, mi paralizzava l’idea di rischiare di sprofondare in quel “vuoto fertile” che intravedevo estendersi, minaccioso e informe, al di là degli orizzonti allora conosciuti.

Uno dei principali ostacoli al cambiamento credo fosse proprio la paura di assistere al processo di sgretolamento, per alcuni aspetti improvviso, per altri talmente lento da apparire quasi impercettibile, di quelle solide e stratificate cristallizzazioni egoiche, delle forme pensiero, dei sistemi di credenza, insomma di tutti gli automatismi e le strategie di sopravvivenza che ingenuamente identificavo con ciò che chiamavo “me”.

Molti di questi elementi altro non erano che dei pachidermici residui bellici del modo in cui, da piccola, avevo imparato a reagire agli stimoli ricevuti dall’esterno. Indubbiamente farraginosi, rudimentali e visibilmente antiquati, quegli antichi, cigolanti meccanismi psico-emotivi vantavano, tuttavia, il merito di avermi permesso di sopravvivere in tempi in cui le mie risorse e i miei strumenti interni erano ben più limitati di adesso.

Per lungo tempo mi avevano sostenuta in particolari momenti di difficoltà emotiva, mantenendomi all’interno di un ventaglio di azioni e reazioni ben prevedibili e conosciute, mediamente efficaci e per molti aspetti rassicuranti.

Queste “voci” interne creavano dentro di me una specie di enorme matassa di fili aggrovigliati che mi collegavano al passato e alle persone significative della mia infanzia, alle loro idee e ai loro modi di concepire la vita che, giusti o sbagliati che fossero, mi davano la sensazione di non essere sola nel mondo.

E poi, chi sarei diventata senza la mia storia e senza il mio dolore, che da sempre riuscivano così bene a descrivere chi fossi, da dove venissi e in che direzione intendessi muovermi?

Senza gli ormai consolidati “copioni” attraverso i quali presentavo me stessa al mondo, come avrei potuto interagire con l’esterno?

Ero, in effetti, profondamente convinta di pensarla in un certo modo, aderendo a ideali e incarnando comportamenti che esprimevano ciò che credevo e sentivo di essere, rafforzandolo. Da quello spazio avevo intrapreso percorsi formativi, scelto indirizzi di studio e occupazioni che mi sembravano coerenti emanazioni della persona che ritenevo di essere.

Ma qualcosa, da qualche parte nel profondo, desiderava ardentemente che quel bruco avviluppato nel suo sicuro, benché ormai troppo stretto, bozzolo di seta si trasformasse nella meravigliosa farfalla che già custodiva al suo interno, per librarsi in volo con un elegante e leggero battito d’ali variopinte.

Lontano da me e dal mio passato sentivo che ci sarebbero state cose bellissime ad attendermi.

Non ricordo esattamente da dove sia partito l’impulso, so solo che a un tratto qualcosa ha cominciato a stridere. Inizialmente era una sottile nota stonata appena percepibile che dissonava nel rumoroso tappeto armonico di un’orchestra di fiati ben accordati.

Con il passare del tempo, quella disarmonia è diventata sempre più evidente, fino a essere in ogni istante chiaramente riconoscibile. Il mio processo di crescita personale, cominciato anni prima, proseguiva in quel periodo a ritmo incalzante: avevo incontrato Osho e, dopo diversi gruppi e sessioni individuali, avevo intrapreso l’intenso percorso formativo dell’Osho Pulsation Bodywork, decidendo di iscrivermi al training. Un’enorme quantità di energia e di tempo era dedicata alla meditazione, all’ascolto e al silenzio, a scapito del mio usuale coinvolgimento in tutto ciò che fino a quel momento mi aveva appagata e nutrita, almeno apparentemente.

Eppure, quel graduale e costante cambiamento di rotta non era frutto di una scelta ponderata, né di una qualche pressione interna o esterna.

Qualcosa dentro di me aveva cominciato a sciogliersi, a sgretolarsi, e, al posto delle solite, articolate infrastrutture, potevo intravedere un panorama più sgombro e lineare.

Una sera, durante un suo discorso, avevo sentito Osho affermare: “La vita è semplice e meravigliosa, dobbiamo solo essere chiari su ciò che va abbandonato, su cosa è inutile portarsi dietro e cosa va invece fatto, ovvero quello che senti […]. Più ti dissolvi, più la presenza del Divino si fa percettibile. Ma questa presenza sarà avvertita solo in un secondo momento. La prima condizione da soddisfare è la propria dissoluzione. È simile a una morte”.

Le sue parole mi avevano colpita molto dando seguito a incessanti riflessioni silenziose. Sentivo di essere nella giusta direzione e questo mi sollevava enormemente, ma la paura dell’ignoto ancora rappresentava per me lo scoglio più difficile da superare.

Come può il seme sapere che, morendo nella terra, diventerà un albero maestoso? Non sarà presente per testimoniare l’avvenimento. Come può il seme sapere che un giorno, se muore, esisteranno al suo posto un ricco fogliame, grandi rami, fiori e frutti? Come può saperlo? Il seme non sarà presente, deve scomparire affinché questo possa accadere. Il seme non incontrerà mai l’albero.

Soltanto nel dissolvimento può effettivamente crearsi lo spazio per far emergere il nostro vero Sé, per lasciarlo germogliare e fiorire. Permettere, lasciar andare, eliminare il superfluo, dunque, per tornare all’essenza.

Per anni, occupandomi di editing e giornalismo, avevo predicato e praticato questa filosofia sfrondando lunghi testi in modo che potesse emergerne il significato più puro e diretto, al di là di ogni inutile orpello letterario. Ora quello stesso processo stava accadendo al mio essere più profondo, in modo irreversibile.

La vita diventa semplice e meravigliosa se troviamo il coraggio di essere onesti e integri con noi stessi e se ci permettiamo di lasciare andare ciò che ostacola il cambiamento, abbracciando la paura del vuoto, della dissoluzione e della scomparsa delle nostre false certezze.

Il lavoro neo-Reichiano di allentamento delle maglie della cosiddetta “corazza”, coinvolgendo il corpo in modo così pieno e completo, consente a questo processo di trasformazione di essere incarnato e realizzato su più livelli simultaneamente.

Man mano che le maglie della mia armatura muscolare si ammorbidivano, si sgretolava anche l’immagine che avevo di me. Le mie rigidità di pensiero e i miei blocchi emotivi si scioglievano insieme alle tensioni che trattenevo da anni nei diversi segmenti corporei schiudendo orizzonti di infinite possibilità, prima inimmaginabili. Quella maggiore fluidità e morbidezza sul piano fisico cominciava a riflettere una maggiore flessibilità e disponibilità anche sul piano psichico, consentendo una profonda riconnessione con il mio sentire più autentico che dimora in quello spazio di presenza quieta e silenziosa dove mi sento finalmente a casa.

“Prova a non resistere al cambiamento che ti viene incontro”, scriveva il grande poeta e mistico sufi Rumi. “Lascia invece che la vita scorra attraverso di te. Non preoccuparti del fatto che la tua vita possa andare sottosopra. Come puoi sapere se il lato dove sei ora sia migliore dell’altro che sta arrivando?”.

Shanti Leela

Questo articolo, tradotto in inglese da Elizabeth Grech (www.unemeretlautre.com), è stato pubblicato sul numero di settembre/ottobre 2018 di Viha Connection (http://www.oshoviha.org/) con il titolo “From larva to butterfly”.